Alcuni esperimenti in vitro effettuati effettuati negli anni 2000 hanno evidenziato come l’1,25(OH)D (la forma attiva della Vitamina D) possa stimolare la produzione di catelicidina umana (human cathelicidin antimicrobial peptide, CAMP), un peptide con azione antimicrobica, riducendo significativamente l’incidenza di infezioni respiratorie acute. Una recente meta analisi ha rilevato una forte correlazione anche tra carenza di vitamina D e tiroiditi autoimmuni (Hashimoto e Graves). Nel giugno 2007 sulla rivista “American Journal of Clinical Nutrition”, il Prof. Johan Lappe della Creighton University afferma che la supplementazione di 1100 UI/die di vitamina D3 può ridurre il rischio di insorgenza di varie forme di cancro.
Il 21 febbraio 2011 sulla rivista “Anticancer Research” viene pubblicato uno studio in cui emerge che l’assunzione quotidiana di vitamina D a dosaggi di 4.000-8.000 UI riduce di circa la metà il rischio di ammalarsi di malattie come il Diabete mellito di tipo 1 e che livelli adeguati di vitamina D nel sangue riducono la mortalità per cancro al seno, al colon-retto e al polmone.
Dalla incipiente conoscenza dei suoi meccanismi d'azione, anche genetici (è in grado di regolamentare l'attività di circa 3000 geni Umani) la comunità scientifica ritiene corretta l'identificazione della Vitamina D3 come “ormone neurosteroide”, in grado di rallentare il declino cognitivo, di incidere positivamente sulla sclerosi multipla e sulla malattia di Alzheimer.
Infine l’integrazione di vitamina D (≥800 UI al giorno) è risultata utile nell’alleviare i sintomi della depressione con un effetto positivo paragonabile a quello dei farmaci anti-depressivi.